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Canto indiano, Marta Mattalia a Palermo: l’intervista e il concerto a Casa di Violetta

Canto indiano, Marta Mattalia a Palermo: l’intervista e il concerto a Casa di Violetta

Una fantastica storia: racconti di viaggi alla ricerca del suono e della consapevolezza. Leggi l’intervista e guarda il video tratti dal concerto a Casa di Violetta.

Dicembre 2020, in piena Pandemia, Marta Mattalia approda a Palermo. Nel suo girovagare per il mondo, mi aveva informata del suo arrivo.  Da tempo coltivavamo il desiderio del nostro incontro. Adesso ci stavamo riuscendo. 


Marta Mattalia col suo canto indiano torna a Palermo

Ci tenevo molto a organizzare un incontro con l’esperienza di Marta, ci tenevo per me e per le Voci Vicine.

Sapevo intimamente che l’incontro con la persona di Marta Mattalia, il suo concerto contemplativo di canto indiano, sarebbe stato un arricchimento per tutti, me per prima.

Grazie alla collaborazione fattiva di Violetta e Carlo, nonché di Maurizio, Alessandra, Maria Gabriella, Luciana, Alessandra ed Anna Maria, Marta è stata ospitata e in cambio ha offerto questa serata. 

Le Voci Vicine intervenute hanno portato ciascuna qualcosa da mangiare. C’era di tutto. Panelle e Crocchè, rosticceria, riso pilaf, insalate, parmigiana, caponata. In Sicilia la festa si misura anche a tavola.

Abbiamo organizzato una performance a voce nuda a Casa di Violetta con le Voci Vicine, tutti distanziati e mascherati.

“Ke Goreche Emon Ghor”
Canto indiano Baul
eseguito da Marta Mattalia a Casa di Violetta


L’intervista a Marta Mattalia sul canto indiano e le sue scelte

Ci siamo siamo conosciute qualche anno fa in occasione di una masterclass di canto indiano Dhrupad con Amelia Cuni.

Lucina Lanzara:

Cara Marta Mattalia, ci siamo siamo conosciute qualche anno fa in occasione di una masterclass di canto indiano Dhrupad a Palermo con Amelia Cuni. Fu organizzata da Alejandra Bertolino Garcia.

C’era anche Ivan Segreto.
Ci vuoi dire qualcosa di quest’altra tradizione di musica indiana di cui ci hai appena dedicato un canto?


Marta Mattalia:

Si tratta di un’antica tradizione di nome Baul, specifica del Bengala Occidentale, a nord-est del paese.

La lingua utilizzata è Bengalese che come tutte le diverse lingue degli stati indiani ha radice dal Sanscrito. Infatti pochi sanno che l’Hindi, pur essendo riconosciuta come lingua nazionale, è in realtà parlata in pochi stati del nord.

I Baul sono cantori mistici itineranti che peregrinavano da un villaggio all’altro vivendo delle offerte ricevute in cambio dei loro canti. Visitavano case e famiglie diffondendo i loro canti come benedizioni in cambio di energia materiale: soldi o riso, patate e dhal. Questa pratica si chiama Madhukori. Parlo al passato perché nell’epoca corrente diverse cose stanno cambiando: da una parte molti maestri Baul hanno fondato i loro Gurukul e si sono stabilizzati, dall’altra la società che si sta modernizzando è sempre meno pronta e disposta a ricevere questo tipo di esperienza.

Il Gurukul è uno spazio di pratica e trasmissione che può essere dedicato a canto, danza, yoga, meditazione o anche niente: ogni disciplina è solo lo strumento attraverso il quale percorrere la via della consapevolezza.

In India è ancora reperibile un sapere antico, dove ogni forma d’arte è introiettata in un percorso di crescita umana e spirituale oltre che all’apprendimento di una determinata tecnica. Questo di certo è un aspetto che mi ha attratto e mi spinge a tornare.

Ho conosciuto laggiù la mia Maestra Baul dalla quale ho il privilegio di apprendere questi Canti che sono preghiere, invocazioni, non solo composizioni musicali.

Baul Gyan Darpan – West Bengal, India (2020) – ph. Ekathara Kalari

Canto indiano: Dhrupad e Baul

In una maniera spontanea e imprevista la ricerca del suono si è intrecciata a quella di essere umana sul pianeta Terra.

Lucina Lanzara:

Quando ci siamo conosciute stavi frequentando il Conservatorio di Canto Jazz.

Ci vuoi raccontare della tua formazione che ti ha portato a questo viaggio nella ricerca musicale, o musica dentro il viaggio?

 

Marta Mattalia:

Quando ci siamo conosciute mi ero appena diplomata in Conservatorio in Vocalità Afro-americana, e forse stavo già percorrendo il mio viaggio nel suono dato che sono inclusi due continenti, con la storia che li ha uniti e disuniti.

Subito dopo mi sono iscritta al Conservatorio di Vicenza nella sezione di Indologia: qui grazie ad Amelia Cuni ho scoperto il Dhrupad che è il più antico genere di musica classica indiana.

Il Baul, anche se penso che le categorie limitino illogicamente la naturale indefinitezza della sonorità, è considerato parte della tradizione folk.

A Vicenza ho conosciuto anche i maestri indiani di Dhrupad che tenevano regolarmente workshop in Italia e che avrei raggiunto anni dopo nel loro Gurukul di Bhopal, durante il mio primo viaggio in India.

La partenza nel mondo rappresenta un grande progetto di vita iniziato quattro anni fa, quando abitavo e lavoravo a Torino e ho deciso di lasciare tutto, o ricontattare tutto secondo un’altra visione.

Ho viaggiato in diversi paesi e regolarmente sono tornata in India per proseguire l’apprendimento di queste tradizioni.

In una maniera spontanea e imprevista la ricerca del suono si è intrecciata a quella di essere umana sul pianeta Terra.

“Guru Pone Mon Aache Jaar”
eseguito da Marta Mattalia
 realizzato da Panoctopus Production in Gokarna, India (2020)


Il viaggio nel canto esplora la voce e la voce esplora il viaggio.

Mi trovo in Sicilia per le stesse ragioni. Fino a qualche mese ero piacevolmente bloccata in India, durante il primo lockdown dovuto al Covid. Sono dovuta rimpatriare e dopo essere stata ferma per un po’ nel luogo natio, ho ascoltato l’onda richiamarmi a sé.

Non si tratta di uno spostamento, ma di una condizione interna.

La Sicilia mi ha condotta in una meta esotica, distaccata dal continente! Ringrazio questa terra generosa da cui ho ricevuto doni in diverse forme. Sono orgogliosa che da nord a sud un solo paese contenga una tale varietà di meraviglia.

Canti in barca – Isola di Favignana, Sicilia (2020) – ph. Alessandra Schio

Racconti che ci fanno viaggiare con te, Marta

Ci regali pezzi intimissimi che mi provocano pudore, qualche volta sento quasi il bisogno di coprirmi a mia volta, perché sembra che tu ti sia denudata del tutto per noi.

Lucina Lanzara:

Facebook è il posto in cui ti ho recuperata dopo esserci conosciute la prima volta.
Periodicamente pubblichi dei racconti che ci fanno viaggiare con te.

Ci regali pezzi intimissimi che mi provocano pudore, qualche volta sento quasi il bisogno di coprirmi a mia volta perché sembra che tu ti sia denudata del tutto per noi.

Hai studiato per poter scrivere così?

Perché narri e ci metti al corrente di questi pezzi di vita così intima?

Marta Mattalia:

Come il canto, anche la scrittura rappresenta uno dei mezzi di narrazione per esprimere l’andamento della percezione umana sulla terra. Entrambi li sento particolarmente vicini. Ho frequentato il master della Scuola Holden di Torino (n.d.r fondata da Alessandro Baricco), sull’approfondimento delle diverse tecniche di storytelling.

Uno degli strumenti più preziosi di cui mi ha dotata è la consapevolezza autoriale.

Il processo di scrittura si svolge nell’atto di togliere, per far emergere il midollo espressivo dalla materia narrata. In modo analogo funziona il canto, a nuda voce. Attraverso il vocabolario o le frequenze sonore mi restituisco, mi svuoto.

Deserto del Sahara – Ouarzazate, Marocco (2018) – ph. Lhou Ssin 

Canto indiano Baul, struttura e caratteristiche

Il Baul è una tradizione tramandata oralmente, e alcuni Canti viaggiano da labbra a labbra da 500-600 anni.

Lucina Lanzara:

Soffermandoci maggiormente sull’aspetto tecnico musicale del canto indiano, i Canti Baul si basano su una struttura regolare? Gli indiani coltivano questo tipo di estensione vocale fin dall’infanzia o c’è una scuola specifica di formazione per poter usare la voce nel modo adatto?


Marta Mattalia:

Secondo la concezione orientale viene meno la distinzione fra il tempo per l’esercizio, il riscaldamento e la pratica effettiva.

Il modo in cui utilizzi la pratica deve già includere una certa fisiologia del cantare. Di certo per cultura musicale l’abitudine dirige l’ascolto e l’uso della voce a tonalità tendenzialmente acute.

Il Baul è una tradizione tramandata oralmente, e alcuni Canti viaggiano da labbra a labbra da 500-600 anni.

Tendenzialmente il poeta del testo è anche il compositore della musica, oppure possono venire applicati testi differenti sulla stessa melodia, che è intesa come patrimonio condiviso.

Lungo il Gange – Varanasi, India (2020) – ph. Kandukuri Ramesh Babu

I Canti si basano su una struttura precisa: ci sono le stanze – strofe, e il ritornello che rappresenta il tratto melodico più orecchiabile che ritorna regolarmente.

Nell’ultima strofa solitamente l’autore si autocita. Come si può notare sono caratteristiche del tutto simili alla forma canzone della storia musicale occidentale, dai Trovatori Provenzali ai componimenti poetici del Dolce Stil Novo.

Evidentemente è una struttura che sorge sulla base di necessità universali, affinché l’accostamento poetico con la musica possa essere efficace, memorizzabile e godibile.

L’essere umano è uno nell’essenza e trova strategie che si rivelano simili, pur essendosi formate in contesti geografici e storici diversi del pianeta.

L’Ektara, strumento musicale indiano

L’Ektara, musicalmente parlando, sostiene due funzioni principali: il ritmo e l’intonazione

 

Produce una sola nota che è la fondamentale, l’origine di tutti i successivi suoni di una scala.

Mi piace immaginarlo come il pavimento, il suolo su cui si sviluppa l’architettura della canzone. È un bordone che rappresenta l’Aum, il suono primigenio in cui tutto si origina e termina.

Una delle ragioni fondamentali nella pratica di questi canti, è cercare di far sparire la propria voce dentro la nota fondamentale, fino a tornare uno con il suono Aum.

Lucina Lanzara:

Puoi dirci qualcosa di più anche sullo strumento musicale che stai suonando?


Marta 
Mattalia:

L’Ektara è lo strumento centrale di questa tradizione. Ha una sola corda e infatti molto pragmaticamente il suo nome significa Una (Ek) – Corda (Tara).

L’Ektara che sto suonando l’ho costruita con le mie mani, per questo, più che uno strumento musicale, la considero un Tempio Volante. L’ho raccontato in questo articolo che ho scritto per il magazine Telupu – Language of the universe, chiamato “Tempio nell’Aria“.

La struttura è molto semplice, rappresenta un archetipo della prima strumentazione umana. Richiama una forma ancestrale che può essere ricollegata non esclusivamente all’India ma anche all’Africa o Sud America, come il Berimbau utilizzato nella Capoeira.

La cassa di risonanza è ricavata da un guscio di zucca, a cui aderisce la membrana vibrante di pelle di capra. Dalla cassa si alza una canna di bamboo sezionata a metà, fra cui è tesa la corda fissata alla cassa con una conchiglia di fiume e un disco di noce di cocco.

La chiave per l’accordatura è di legno: nelle bozze iniziali ero partita dall’idea di costruirla a forma di luna, ma nel processo di intaglio si è trasformata in una spirale.

Tutti i materiali sono organici, salvo la corda di acciaio.

Land Art by Anelli di Crescita – ph. Marta Mattalia

Ogni tanto Marta ci regala un racconto da bere.

Da bere perché sono cascate di vita, compensano questa sete di viaggio che ora, per differenti ragioni, sono rimandate.

Intendo viaggio fisico, perché quello nell’anima è sempre in corso.

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