Ieri al Cre.Zi. Plus mi sono sentita nel posto giusto. Come membro della Consulta per la Pace e la non violenza del Comune di Palermo, assemblea. Volti che condividono i tuoi ideali, ti fanno sentire nel posto giusto, anche se abbiamo vite diverse.
Lucina Lanzara, Erminia Scaglia, Tiziana Gulotta
Ad aprire l’assemblea è Francesco Lo Cascio, portavoce della Consulta per la Pace: accoglie tutti e dà il tono dell’incontro, uno spazio di parola condivisa più che una “conferenza”.
Con lui si alternano, fin da subito, voci diverse: tra queste, Valeria Calandra e Nadine, che portano sguardi e sensibilità differenti sul tema della pace vissuta nei territori.
Valeria Mendola, Nadine, Francesco Lo Cascio, Daniela Culò
Andrea Costa porta l’orizzonte nazionale: parla del possibile Ministero della Pace e della “Via Italiana del Dialogo”, raccontando dell’appuntamento del 25 giugno all’Auditorium Ara Pacis e della possibilità di seguire anche online. con possibilità di seguire su Zoom e di registrarsi sul sito www.senzatomica.it. Conclude richiamando la necessità di “occuparsi della pace ogni giorno”. Chiude con un invito semplice e radicale: occuparsi della pace ogni giorno.
Concetta Amella, consigliera comunale, ricorda che nel mondo sono accesi più di 70 conflitti e quasi nessuno parla della morte degli animali e della biodiversità ferita. Richiama l’articolo 9 della Costituzione e lancia una proposta precisa: la pace come parametro educativo sin dall’asilo, non come tema opzionale ma come fondamento.
Si entra nel cuore delle ferite sociali con le parole di Francesco Todaro: “A Palermo, se a 50 anni perdi il lavoro, entri all’Inferno”. Il discorso si sposta subito sul legame tra pace, lavoro e giustizia sociale: la pace, qui, non è mai solo assenza di guerra ma condizione di dignità, reddito, possibilità di vivere senza essere schiacciati.
Stefano Edward, ex Vce portavoce della Consulta per la Pace del Comune di Palermo, con il portavoce Francesco Lo Cascio
Gianni Giabbri, dell’associazione ErriPa Achille Grandi, ricorda che Pace e Giustizia sono sorelle, cioè assenza di oppressione, e che la giustizia sociale nasce da pari opportunità, equità, equa distribuzione della ricchezza. Collega tutto all’Agenda 2030, in particolare all’Obiettivo 16: tutela dei minori, accesso alla giustizia, istituzioni solide.
Dal Presidio Donne per la Pace “Fuori la Guerra dalla Storia”, Mimma Grillo parla delle donne del Presidio Donne per la Pace che dal 2022 a oggi, senza soluzione di continuità, si è riunita in piazza prima con presìdi settimanali, ora mensili. Adesso l’orizzonte della manifestazione “10, 100, 1000 Piazze per la pace”, si allarga con l’appuntamento del 21 giugno a Roma, in Piazza del Campidoglio, per unire donne di tante città italiane.
Giovanni Caronia mostra la concretezza di un gesto: ha scelto i lenzuoli come strumento di testimonianza. Ha preparato stencil, organizzato la stampa di grandi striscioni con le scritte “BASTA ARMI” e “NO AL RIARMO”, che in sala vengono sollevati anche dalle figlie di Giovanni Villino, Rosa e Matilde. Invita chiunque voglia a mettersi a disposizione per dipingere e appendere nuovi lenzuoli nei quartieri e nei paesi.
Le figliole di Giovanni Villino coi lenzuoli ideati da Giovanni Caronia
Giovanni Villino, giornalista, si concentra sul linguaggio: invita a “disarmare le parole”, a smettere di usare termini come nemico, scontro, combattere nel discorso pubblico. Ricorda un dato che colpisce: il quotidiano più diffuso in Italia stampa solo 80.000 copie al giorno su 60 milioni di abitanti. Se l’informazione si indebolisce, anche la democrazia si indebolisce. Parla dei bambini che sono spariti dai telegiornali “per proteggerli”, ma così diventano invisibili. E racconta un’immagine intima: la sera ascolta musica con le figlie, citando Dente, cantautore italiano – “sarà che non rimpicciolisci anche se ti allontani da me” – come metafora di una pace che non deve rimpicciolirsi anche quando sembra lontana.
Dal quartiere e dalle arti marziali arriva la voce di Maurizio Toscano, ASD Ballarò, maestro di Aikido: l’arte marziale che educa alla nonviolenza. Propone di cambiare prospettiva: “non abbiamo davanti un nemico da abbattere, ma un compagno da controllare, con cui trasformare il conflitto”. Ricorda l’invio di 35.000 certificati elettorali a cittadini non italiani, segno di un’idea di cittadinanza che prova ad allargarsi.
Mimma Grillo, Gianni Giabbri, Francesco Todaro, Valentina Chinnici, Giovanni Caronia, Giovanni Villino: le loro voci, insieme a quelle di tante e tanti altri, costruiscono un mosaico dove pace significa anche presidio, partecipazione, lotta alle disuguaglianze, difesa dell’informazione libera, ascolto delle periferie.
E poi c’è Fra Claudio, missionario comboniano, che interviene verso la fine. Ringrazia per la bellezza condivisa e dice che Palermo è una città viva. Racconta l’esperienza di 80 classi al Regina Margherita: educazione civica, 55 minuti interattivi per volta. Confida di aver ascoltato tanta ricchezza in assemblea, ma di non aver ascoltato i ragazzi, perché mancano spazi di confronto pensati per loro. Ricorda che “è dai tempi dei funerali di Falcone che non si vedeva una così grande partecipazione” e parla di ecologia integrale: ascoltare il grido di chi è escluso e il grido della terra, in un tempo in cui l’ascolto è “fuori moda” e chi non era povero è stato reso povero.
In mezzo a queste voci, la Consulta per la Pace e i Diritti Umani non è più solo un nome: diventa un luogo concreto, dove Palermo prova a rileggersi alla luce della nonviolenza, del disarmo, del lavoro, della giustizia sociale, dell’attenzione ai più fragili.
Sono tornata a casa con la sensazione che la possibilità della Pace esiste dando la parola a chi, ogni giorno, la costruisce nel proprio pezzo di mondo.
Bagno di Suoni in Abbazia: quando la vibrazione diventa cura del corpo, del respiro e dello spazio interiore
Nel Salone Monumentale dell’Abbazia di San Martino delle Scale accompagno i partecipanti in un’esperienza di ascolto profondo attraverso la voce, i tamburi e la vibrazione, insieme alle campane tibetane e ai gong di Stefano Maltese.
Ci sono momenti in cui sento con chiarezza quanto il suono possa diventare un vero spazio di cura. Non una semplice esperienza da ascoltare, ma un tempo da abitare con tutto il corpo, con il respiro, con la parte più sottile e spesso trascurata di noi. Per questo il Bagno di Suoni in Abbazia nasce come un invito a rallentare e a lasciarsi raggiungere dalla vibrazione in profondità.
Un’esperienza che agisce attraverso la vibrazione
Quando lavoro con la voce e con i tamburi, porto attenzione a ciò che il suono muove dentro e intorno a noi. La vibrazione non si ferma all’orecchio: attraversa il corpo, tocca il respiro, dialoga con il sistema emotivo e può favorire uno stato di distensione, presenza e riequilibrio interiore.
In questo incontro desidero offrire uno spazio in cui ogni persona possa semplicemente ricevere. Ricevere il suono, il silenzio, la risonanza del luogo, e concedersi una pausa autentica dal ritmo continuo del fare.
La mia voce, i tamburi e l’ascolto profondo
In questo bagno di suoni accompagno i partecipanti con la mia voce e con i tamburi. La voce, per me, è un ponte: apre, accoglie, chiama presenza; i tamburi, invece, aiutano a ritrovare radicamento, pulsazione, contatto con una dimensione più istintiva e vitale.
Ogni suono viene proposto non per intrattenere, ma per sostenere un processo di ascolto e di armonizzazione. Il mio intento è creare un campo sonoro che permetta al corpo di ammorbidirsi, alla mente di rallentare e al sentire di emergere con maggiore libertà.
L’incontro con le campane tibetane e i gong
Accanto al mio lavoro sonoro, la presenza di Stefano Maltese con le campane tibetane e i gong amplia ulteriormente la qualità vibrazionale dell’esperienza. Le loro frequenze profonde e avvolgenti accompagnano i partecipanti in una dimensione di maggiore raccoglimento, favorendo una percezione più ampia, sottile e distesa di sé.
Quando queste sonorità si intrecciano, si crea un paesaggio sonoro immersivo che può sostenere il rilascio delle tensioni e un senso più pieno di connessione tra corpo, respiro ed emozione. Questa è la direzione che desideriamo offrire: uno spazio in cui il suono diventi presenza, ascolto e possibile trasformazione. Uno spazio di cura.
Il valore psico-fisico del bagno di suoni
Credo profondamente che il suono possa diventare una via di cura psico-fisica, soprattutto quando viene accolto in uno stato di fiducia, disponibilità e ascolto. Un bagno di suoni non chiede di fare, capire o controllare: chiede piuttosto di lasciarsi attraversare, permettendo al sistema corpo-mente di entrare in una condizione di maggiore quiete e ricettività.
Per questo considero questa esperienza un momento prezioso per chi sente il bisogno di alleggerire il carico mentale, distendere il corpo e ritrovare uno spazio interiore più ampio. La vibrazione, in questa prospettiva, diventa uno strumento semplice e profondo per tornare a sé.
L’Abbazia come spazio di risonanza
Ho scelto l’Abbazia di San Martino delle Scale anche per la qualità del luogo. Il Salone Monumentale non è solo una cornice di grande bellezza, ma uno spazio che partecipa attivamente all’esperienza attraverso la sua atmosfera, il suo silenzio e la sua risonanza naturale.
In un luogo come questo, il suono si espande in modo diverso e invita spontaneamente a un ascolto più profondo. Anche per questo il pomeriggio in abbazia può diventare un’occasione speciale per ritrovarsi, respirare e ricevere nutrimento attraverso la vibrazione.
Un invito a ricevere
Con questo incontro desidero offrire un tempo di rigenerazione, di ascolto e di presenza. Un tempo in cui lasciare fuori per qualche ora la fretta, i pensieri ripetitivi, le tensioni accumulate, e permettere al corpo e al cuore di entrare in contatto con una qualità più morbida, ampia e viva dell’esistere.
Il Bagno di Suoni in Abbazia è, per me, questo: un invito a prendersi cura di sé attraverso la vibrazione. Un’esperienza semplice e profonda in cui il suono può diventare sostegno, respiro e possibilità di armonizzazione interiore.
Informazioni utili
Il Bagno di Suoni in Abbazia si tiene sabato 16 maggio 2026, dalle 16:00 alle 19:00, presso il Salone Monumentale dell’Abbazia di San Martino delle Scale, con la mia voce e i miei tamburi insieme alle campane tibetane e ai gong di Stefano Maltese.
Emozioni a mille per la performance di restituzione finale del corso di canto ed emozioni al merimeri JC.
Al pianoforte Vivi Lanzara, al basso elettrico Raffaele Piccoli, con la partecipazione delle AnimErranti, ringrazio dal profondo del cuore Stefania Rallo per averci ospitati.
E’ stata l’occasione anche per inaugurare il “merimeri JC”.
Questo il video integrale dello spettacolo.
La meditazione del chicco di grano
Prima del concerto ci siamo dedicati alle prove del suono (sound check), il fonico era Manfredi, figlio di Mao.
Quindi poco prima dell’inizio ho invitato tutti a metterci in cerchio e ho guidato la meditazione del chicco di grano.
E’ stato un momento potentissimo, in cui abbiamo sentito come da un chicco di grano si possa generare un infinito campo di grano, fecondo, così possiamo essere noi, quando riconosciamo il potere che custodiamo, bene per l’Umanità se messo a frutto.
Questo è il lavoro che facciamo nel percorso PerSonae.
Lo spettacolo inizia.
Le AnimErranti aprono con un travolgente Tourdion.
Segue Uomini Soli interpretata da Rita Cracolici , conclusa, a sorpresa, in LIS, mentre il coro col pubblico canta il famoso ritornello.
Avevo preparato i programmi di sala coi testi, proprio per consentire questa partecipazione.
Liliana Bertozzino fa ballare tutti con Ma che freddo fa di Nada. Poi accompagna in duetto Stefano Edward, in una commovente Cercami (Renato Zero). Questo è stato un prezioso sodalizio nato durante questo corso.
Terminato il duetto, resta Stefano Edward, (oramai soprannominato Prince Edward e tra poco King), che dona a ciascun compagno di viaggio una pergamena con la sua poesia dedicata alle bambine iraniane autografata da Ermal Meta; un momento di rara commozione.
Come un’incredibile regalo, arriva l’intonazione e il testo a memoria da parte di Cinzia Meli che a ottobre aveva aspramente dichiarato NON CANTERò MAI! Grazie a Maurizio D’Amico per aver duettato con lei, rispondendo con tutto il pubblico al più celebre fra i brani: Nel blu dipinto di blue.
Loredana Governale, poderosa nella sua versione di Come Foglie, temeva la memoria e invece è stata inossidabile; una freccia infuocata.
Anna Maria Cernigliaro, soprannominata la tigre di Palermo, con la sua solita nonchalanche, interpreta la vietatissima l’importante è finire (Mina) Malgioglio – Anelli;
Valentina Viola, a causa dell’influenza, passato il turno, non senza dedicarci un pensiero inatteso:
“io avevo bisogno di riempire un vuoto, me ne vado pienissima di altri ritmi, altre emozioni, ho avito la possibilità di ascoltare la mia voce, quindi, altro che vuoto: pieno pieno pieno!”.
Rita Giordano, la nostra super prof cantante, ha riempito la scena con la sua presenza, affidandosi a una temibile E non finisce mica il cielo (Mia Martini) I. Fossati.
Chiamo adesso la proprietaria di casa, Stefania Rallo, mia carissima amica, per la consegna della targa merimeri, in occasione dell’inaugurazione. Il suo papà e la mia mamma erano compagni di scuola…
A questo punto ci sciogliamo, Luciana Zerilli ci fa tremare, come ogni volta, con la sua voce di cristallo con Amore lontanissimo di Antonella Ruggero.
Ale Lo Cascio, l’usignolo delle Voci Vicine, con La Cattedrale (da Mary Poppins), R. Sherman ci ha fatto domandare: ma che ci fai ancora a Palermo?
Il concerto si chiude con due brani del cantautore velista, Maurizio Maria D’Amico, con le AnimErranti.
Ringrazio ciascuno dei partecipanti per la fiducia.
Un ringraziamento particolare a Rita Cracolici per averci prestato le sedie.
Il prossimo corso di canto ed emozioni per solisti in gruppo a PALERMO partirà a Ottobre.
Chi fosse interessato, mi contatti per le preiscrizioni.
Ad maiora.
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Ad Agosto del 2025 Aldo Messina proclama nella chat del suo gruppo “Nuddu si pigghia…” che a Febbraio 2026 si celebreranno gli 800 anni dell’incontro tra Fibonacci e Federico II, evento risolutivo per l’introduzione del numeri arabi e della nuova aritmetica nel mondo Occidentale.
Aldo intende organizzare un Convegno allo Steri. L’evento si è tenuto proprio ieri alla Sala delle Capriate dello Steri.
Un evento stupefacente per ricchezza e trasversalità dei contenuti e livello dei relatori.
Propongo un brano inedito, coinvolgendo a mia volta il prof Salvino Leone, medico bioeticista, con cui ho avuto l’onore di scrivere Oratori Moderni come Mons Regalis (Casa Musicale Sonzogno), Dies Natalis, Canto della Santuzza.
Propongo a Salvino Leone la scrittura di un poemetto da musicare ed eseguire in estemporanea con la Loop Station RC505 in occasione del Convegno che Aldo avrebbe organizzato.
Salvino Leone introduce l’Inno allo zero
Lucina Lanzara esegue l’inedito Inno allo zero in anteprima assoluto.
Guarda il video.
DURATA: 11 minuti
INNO ALLO ZERO Zefiro zero
Poemetto in musica per voce e loop station
Testo: Salvino Leone Musica, elaborazione e adattamento del testo, performance: Lucina Lanzara
Si incontra Fibonacci col grande Federico Grande, magnifico stupore del mondo Ma non è lui l’unico a stupirlo.
Dall’India lontana, dove il nulla è ricchezza di natura, viene a noi la sunya, un vuoto esistenziale che riempie il mondo intero.
Fibonacci lo cattura.
Il nulla viaggia con le merci dei commerci, nullità si fa ricchezza.
Giunge sunya dall’India e raggiunge Persia e Arabia.
La sunya si fa sifr e questa si fa “cifra”. Di nuovo si riveste, si fa vento leggero, a stento percepibile, lo Zephiro compare: Signore e signori, nato è lo zero!
Sunya Sifr zefiro zero
Sūnya sunya shunya Il vuoto respira.
Sifr cifra soffio Il nulla avvicina.
Zephirum zefiro zevero, vento leggero, resta un sussurro: Zefiro zero.
Dai numeri romani, lunghi, pesanti e complessi da gestire, un nuovo sistema semplice, completo, immediato, d’assenza che è presenza.
Calcoli, algoritmi, equazioni e limiti.
Nasce la sequenza, la successione aurea. Lo rende imperituro, lo rende immortale, lo rende infinito nei secoli futuri.
Ogni numero è la somma dei due che lo precedono:
1 1 2 3 5 8 13 21 34 55 89 144 233
La trova in tutto il mondo: nei petali dei fiori, nel porsi delle foglie, di pigne e girasoli, oniriche spirali, divine proporzioni, nell’Universo intero: nato è lo zero.
Chi apprezzerà nullità? Chi apprezzerà inesistenza? Chi apprezzerà inconsistenza?
L’orgogliosa ma isolata monarchia dell’uno si fa dieci, cento, mille.
Nascosto e piccolino riempie l’universo. Umile l’assenza che esalta la presenza.
Lo zero è vacuità nascosta, Lo zero è vuoto esistenziale, Lo zero è vita a perdere, Lo zero è vita marginale.
Ma senza lo zero il piccolo resta tale e l’uno rinunzia ad essere molteplice.
Fratello arabo, grazie del dono! E grazie a te, Leonardo Fibonacci.
Hai trasformato il nulla in tutto, l’irrilevante nel totalizzante.
Lunga vita ai nulla del mondo, che diventino il tutto del futuro!
Era questo l’Inno allo zero, Zefiro zero.
Esegesi del poemetto in musica “Inno allo zero, zefiro zero” di Fibonacci.
È un poemetto didattico‑celebrativo sullo zero: ne racconta la storia, il senso simbolico e il rovesciamento paradossale “dal nulla al tutto”.
Struttura generale
Il testo procede per quadri: origine orientale dello zero, passaggio linguistico, rivoluzione matematica, applicazioni nella natura, conclusione etica e politica sul “nulla”.
Il ritorno di formule (“Sunya Sifr zefiro zero”, “Zefiro zero…”) funziona come ritornello/inciso, da inno o canto, pensato per la performance in musica.
1. Incontro, origine e viaggio dello zero
L’apertura mette in scena l’incontro tra Fibonacci e Federico II: è un aggancio storico ma anche simbolico, l’incontro fra sapere matematico e potere politico/culturale.
Lo zero è raccontato come “ospite straniero”: nasce in India (“dove il nulla è ricchezza di natura”) e porta con sé una concezione del vuoto come valore, non come pura mancanza.
Il percorsosunya → sifr → cifra → zefiromostra come un’idea attraversa lingue e culture, mutando forma ma conservando il nucleo: il “vuoto” diventa “cifra”, cioè strumento potentissimo di calcolo.
L’immagine del vento (“si fa vento leggero… lo Zephiro compare”) rende lo zero qualcosa di invisibile ma percepibile negli effetti: come il vento, non si vede ma produce movimento.
2. Ritornello rituale: il respiro del vuoto
La sezione “Sunya Sifr zefiro zero / Sūnya sunya shunya…” è quasi una litania: reiterazione di suoni, sillabe, varianti della stessa parola per creare trance, respiro, effetto di mantra.
“Il vuoto respira / Sifr cifra soffio / Il nulla avvicina” ribalta l’idea occidentale del nulla come negazione: il vuoto è respiro, soffio, spazio che permette alle cose di esistere e di incontrarsi.
“Zephirum zefiro zevero / vento leggero / resta un sussurro”: lo zero è un quasi‑niente, un sussurro, ma sufficiente a cambiare il valore dei numeri.
3. Rivoluzione numerica e successione aurea
Il contrasto con i numeri romani (“lunghi, pesanti e complessi”) sottolinea quanto il sistema posizionale con lo zero sia più “semplice, completo, immediato”: l’assenza che rende possibile una nuova presenza.
L’elenco dei numeri di Fibonacci (1 1 2 3 5 8…233) è insieme citazione matematica e gesto poetico: la successione diventa verso, ritmo, formula quasi magica.
“Lo rende imperituro, immortale, infinito nei secoli futuri” eleva Fibonacci a figura mitica, e con lui la matematica che coglie una legge interna all’universo.
4. Lo zero nella natura e nella metafisica
“La trova in tutto il mondo: / nei petali dei fiori… pigne e girasoli… divine proporzioni” collega la successione di Fibonacci e il numero aureo ai pattern naturali; la matematica diventa grammatica del creato.
“Chi apprezzerà nullità, inesistenza, inconsistenza?” pone una domanda retorica: culturalmente il nulla non è valorizzato, ma il testo prepara il rovesciamento.
L’immagine della “monarchia dell’uno” che si fa “dieci, cento, mille” grazie allo zero è una parabola politica: il potere isolato dell’Uno si apre alla molteplicità solo accettando quel piccolo “niente” dopo di sé.
5. Ritratto esistenziale dello zero
Le definizioni in anafora (“Lo zero è vacuità nascosta… vuoto esistenziale… vita a perdere… vita marginale”) umanizzano lo zero: evocano le persone ai margini, i “nessuno” della società.
Il paradosso è che ciò che è vacuo e marginale è in realtà condizione di possibilità del molteplice; senza zero “il piccolo resta tale e l’uno rinunzia ad essere molteplice”.
Qui il poemetto scivola dalla matematica all’etica: chi è nullo/irrilevante secondo i criteri del potere è in realtà ciò che permette al mondo di espandersi.
6. Gratitudine e rovesciamento finale
“Fratello arabo, grazie del dono! / e grazie a te Leonardo Fibonacci” è un riconoscimento delle radici arabe e indiane del sistema numerico e un ringraziamento al mediatore occidentale.
“Hai trasformato il nulla in tutto / l’irrilevante nel totalizzante” è il cuore teologico‑filosofico del testo; il nulla diventa principio generativo, il marginale diventa centrale.
“Lunga vita ai nulla del mondo / che diventino il tutto del futuro!” è benedizione e dichiarazione programmatica: i “nessuno” (persone, culture, idee marginali) sono i veri protagonisti del futuro, come lo zero lo è per la matematica.
7. Funzione performativa e tono
La chiusa “Era questo l’Inno allo zero, Zefiro zero” è metapoetica: il testo si nomina e si incornicia, come in certe cantate o oratori, ribadendo la natura di “inno” più che di semplice poesia.
Nel complesso il tono oscilla tra divulgazione matematica, racconto storico e predicazione laica: un inno che catechizza alla meraviglia per il vuoto e per i “nulla” del mondo.
DOMANDE PER TE
Grazie per essere qui.
La scrittura di questo brano mi ha impegnata oltre le mie aspettative.
Come ti è sembrato questo Inno allo zero?
Conoscevi l’incredibile storia dello zero?
Conoscevi la loop station?
Sapevi che oggi scriviamo con le cifre grazie proprio al genio di Fibonacci, giramondo matematico?
Saresti così gentile da esprimere un tuo punto di vista?
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